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La cronaca ci racconta una storia diversa sulle aggressioni

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alone-2666433_1280 La cronaca ci racconta una storia diversa sulle aggressioni

La cronaca ci racconta una storia diversa sulle aggressioni.

E allora?

A che serve teorizzare su questioni come “vuoto esistenziale”, “disagio giovanile”, “crisi dei valori” o altro?

L’unica desolate verità è che chiunque può trasformarsi, in un momento qualsiasi, in un aggressore o in un omicida.

I cosiddetti “abituali”, i sociopatici, gli psicopatici, sono per certi versi i meno difficili da gestire.

La maggior parte di noi è istintivamente in grado di riconoscerli quando li incontra.

Il problema è che spesso si viene colpiti da chi non ci si aspetta lo faccia.

Magari è quel signore distinto con il quale abbiamo appena cominciato a battibeccare per il solito parcheggio conteso, oppure è il solito vicino di casa con il quale abbiamo più volte discusso per la solita perdita d’acqua o per il rumore che fanno i bambini.

Improvvisamente, il signore in oggetto, dal quale non ci aspetteremmo più di un banale turpiloquio (del resto moderato, vista la comune appartenenza al genere delle “persone civili”), si trasforma, e la belva che è in lui si manifesta con tutta la sua ferocia e ci travolge…

Non sappiamo perché la belva fosse in lui e da quanto tempo, ma c’era.

In altre parole, prevenire gli atti violenti, sembrerebbe impossibile, un po’ come prevedere i terremoti.

In parte è vero, anche se c’è una componente importante che la  gente dimentica troppo spesso: i comportamenti violenti altrui sono a loro volta determinati da nostre azioni, volontarie o meno, consapevoli o non.

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In tutti i casi di cronaca a cui facevo riferimento, c’è sempre stata una componente di provocazione (da qualunque parte provenisse) unita ad una componente di sottovalutazione del rischio da parte di uno dei due.

Vedremo ora come.

Prevenire si può, a condizione di rendere automatici pensieri, comportamenti ed atteggiamenti favorevoli alla prevenzione.

Il primo pensiero che dovrebbe essere impresso a lettere di fuoco nella testa di tutti è il seguente:

Non sai mai il tipo di persona che ti trovi di fronte!

Questo è vero sempre e con chiunque, visto che, molto spesso, la violenza viene da parte di persone conosciute.

Non è solo il caso del già citato dirimpettaio che si trasforma in licantropo.

Il problema può sorgere molto più vicino, addirittura all’interno delle stesse mura domestiche, se è vero che, specialmente nel caso delle violenze sulle donne e l’infanzia, la grande maggioranza dei casi è opera di mariti, conviventi, padri, madri, parenti, o persone comunque vicine alla famiglia.

A volte ci si accorge che il compagno di una vita non è più la persona che si era conosciuto un tempo.

Oppure, più semplicemente, non ce ne eravamo accorti, non avevamo visto oppure banalmente, le persone cambiano e con il tempo non è detto che migliorino, anzi, in genere succede più facilmente il contrario e che le persone peggiorino.

Avviene quindi che, quasi senza accorgersi, o perché abbiamo fatto finta di non vedere, un giorno siamo costretti ad aprire gli occhi, ed in genere è già tardi.

Se questo è vero, e testimonia la difficoltà dell’uomo di comprendere perfino se stesso, figuriamoci nel caso di incontri occasionali.

La falsa sicurezza di vivere in una “società civile”, unita alla sottovalutazione dell’altro può giocare brutti scherzi.

Questo dicono le cronache.

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Gli stessi ragionamenti valgono anche in quei casi dove la violenza sembra scaturire senza apparenti relazioni tra vittima ed aggressore: è il caso di rapine o stupri da parte di sconosciuti.

Anche in questi casi, però, non esiste una vera casualità.

L’aggressore, in realtà ha “scelto” la sua vittima e quest’ultima, dal canto suo, si è fatta scegliere.

In più occasioni, ho fatto cenno a uno degli elementi più importanti e più ignorati: quello relativo agli aspetti rituali e comunicativi che quasi sempre precedono un’aggressione fisica.

Analizzandoli è possibile stabilire le tattiche più opportune per allontanare o ridurre il rischio di incappare in un simile evento.

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Nella vita di ognuno di noi possono presentarsi situazioni tipiche dove banalmente si possono creare situazioni potenzialmente in grado di portare a tensioni o intrinsecamente pericolose:

  • La guida nel traffico congestionato
  • Frequentare luoghi bui ed isolati
  • Svolgere lavori pericolosi (per esempio i controllori sui treni e autobus)
  • Attraversare quartieri a rischio
  • Incontri con persone alterate da alcool e droghe
  • Litigi fortuiti con sconosciuti e non
  • Incontri con il “branco”
  • Altre ed eventuali

In tutte le situazioni che sono poi degenerate in aggressioni o risse, si sono verificate da parte di uno od entrambi i contendenti una serie di azioni che, come minimo, hanno fallito nell’allontanare il rischio insito nella situazione stessa.

Troppo spesso, si sono verificate delle omissioni di “lettura” della situazione, del contesto,della relazione, le quali, sommandosi alla tensione intrinseca del momento, non hanno disinnescato un processo di escalation o un meccanismo di “opportunità” favorevole all’aggressore…

Se si leggono le esperienze e le testimonianze che ho raccolto, in tutti i casi che sono degenerati, la persona aggredita aveva commesso uno o più di questi errori:

Non aveva valutato correttamente il contesto o l’ambiente fisico in cui si trovava

Non aveva dato peso ad alcuni elementi sospetti del comportamento del futuro aggressore

Si era lasciata coinvolgere in un gioco senza uscita fatto di accuse, recriminazioni e rivendicazioni

Oppure aveva adottato atteggiamenti che hanno “facilitato” un soggetto determinato ad aggredire

Tutto questo, a posteriori, può aver fatto sorgere la conclusione che “ci si è trovati nel posto sbagliato, al momento sbagliato e con la persona sbagliata”, ma, secondo me, sono mancate due cose vitali:

  • L’avere dei comportamenti appropriati
  • L’avere chiavi di lettura appropriate della situazione

Avere dei comportamenti appropriati

E’ noto a tutti che ci sono persone apparentemente dotate di una spiccata propensione a cacciarsi nei guai.

E’ altrettanto noto che, se ci si chiede il perché una persona incappi abitualmente in questi “incidenti”, la risposta invariabilmente sarà “il suo modo di fare”, “il suo modo di rispondere”, evidenziando quella che è una semplice ed incontrovertibile verità:

sono i nostri comportamenti, il nostro modo di parlare, di guardare le persone, a predisporci alle altrui reazioni.

Saper fare la cosa giusta nel momento giusto è chiaramente l’elemento chiave di ogni forma di successo, così come della sopravvivenza.

Il punto è che, tranne pochi comportamenti innati, quasi tutto ciò che sappiamo fare o dire deve essere in qualche modo appreso.

Da ciò ne consegue che tutti i comportamenti utili a tenerci fuori dai guai dovrebbero esserci insegnati da qualcuno… Ma da chi?

Dalla famiglia innanzi tutto, ma i genitori, spesso e loro malgrado, altro non possono se non trasmettere il loro analfabetismo in materia.

La scuola?

Lasciamo perdere, è raro che semplicemente si occupi della cosa.

In fondo viviamo o non viviamo in un paese civile, con un ordine costituito, con un sistema di leggi posto a tutela del cittadino onesto?

Se è così, l’educazione a provvedere a se stessi, diventa semplicemente secondario, generando cittadini inermi e sprovveduti di fronte alla prima, pur occasionale, minaccia.

Eppure non dovrebbe essere così secondario insegnare norme comportamentali adeguate, visto che nel sito dei carabinieri o della polizia di stato non mancano pagine di consigli pratici (alcuni appropriati, altri decisamente superficiali) per migliorare la propria sicurezza personale.

Insomma, come al solito, per le cose essenziali, anche se solennemente sancite da leggi e Costituzione come diritti della persona, occorre armarsi di pazienza, di buon senso e provvedere da soli.

Il buon senso, appunto.

Posto che non tutti ne sono dotati allo stesso modo, ci sono regole semplici, apparentemente scontate, che da sole potrebbero evitare situazioni molto spiacevoli: non frequentare da soli luoghi bui, isolati, notoriamente malfamati, persone estranee, ecc.

Insomma i classici “consigli della nonna”.

Ma che dire del fatto che, specialmente nel caso della violenza sulle donne o sui bambini, l’aggressore è il più delle volte una persona della famiglia o comunque nella cerchia dei conoscenti?

In questi casi, i comuni consigli ed il comune buon senso non bastano più.

Serve una cultura della sicurezza da cui scaturiscano comportamenti adeguati e l’incentivo per tutti a sviluppare certe capacità che da sole possono realmente aiutare la persona a salvaguardare se stessa.

Tra queste, suggerirei la capacità di comunicare correttamente e la capacità di osservare l’ambiente e le persone che ci stanno attorno.

Screening-Self-Defence La cronaca ci racconta una storia diversa sulle aggressioni

Che cosa c’entra la capacità di comunicare con la sicurezza personale?

E’ importantissima, perché in realtà ogni atto di violenza, non deve mai essere considerato come un fatto isolato, ma come  l’esito di una sequenza di scambi comunicativi con relativa attribuzione di ruoli da parte dei protagonisti.

E’ noto il fatto che buona parte delle aggressioni sia connotato da una sequenza di azioni da parte della vittima e dell’aggressore, secondo una precisa logica rituale che incastra l’uno e l’altro in un gioco il cui esito inevitabile è la sconfitta di uno dei due.

In questo quadro, assume un ruolo centrale proprio il modo con cui la futura vittima interagisce col suo carnefice: può porsi secondo una modalità aggressiva, di resistenza e reazione, oppure secondo una modalità passiva, sperando che un atteggiamento remissivo limiti la furia dell’altro e quindi i danni.

Eppure, entrambi questi modi di porsi, quello passivo e quello aggressivo, hanno dei limiti evidenti: chi comunica in modo aggressivo, si candida a partecipare ad un processo di escalation che si concluderà facilmente con uno scontro.

A tutti sarà capitato di assistere ad una lite per questioni di traffico: entrambi i contendenti ritengono le proprie ragioni sacre ed irrinunciabili, la “questione di principio” diventa l’elemento di punta di tutta la questione.

In realtà è solo l’EGO dei due che si sta confrontando, la paura di sembrare da meno, la paura di fare i conti con un’immagine di sé svilita dalla sconfitta o dalla resa.

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E così per una “questione di principio” i due finiscono per prendersi per il collo, con esito imprevedibile.

Non va meglio a quelli che, per paura o per inferiorità fisica, rinunciano a combattere, sperando in questo modo di placare sul nascere l’aggressività altrui.

Errore! Errore! Errore!

Un atteggiamento condiscendente ed arrendevole non solo non garantisce che l’altro non infierisca ma, anzi,  apre la strada a coloro i quali cercano una vittima su cui sfogare il loro risentimento, la loro rabbia o più semplicemente i loro propositi criminali.

Non esiste solo una modalità passiva ed una aggressiva di fronte ai conflitti, di qualunque tipo essi siano.

Esiste una modalità intermedia fatta di capacità di aver rispetto per sé e per gli altri, la modalità  assertiva.

Le persone che agiscono e comunicano secondo questa modalità difficilmente vengono coinvolte in alterchi e, se si trovano nei guai, trovano più facilmente di altre il modo per uscirne fuori.

In pratica tutte le tecniche di de-escalation sono fondate sul concetto di assertività.

Il concetto è semplice:

abbi rispetto per gli altri, senza far venir meno il rispetto per te stesso.

Devi comunicare ti rispetto ma mi batterò sino alla fine per farmi rispettare.

Adoperati per il compromesso e la soluzione dei problemi, impara a negoziare su basi reciproche e non unilaterali, sii costruttivo, fermo ma non arrogante, non giudicare chi hai di fronte.

Le persone abituate a comportarsi in modo assertivo, hanno una quantità di caratteristiche pregevoli, una delle quali è la capacità di osservare e capire gli altri.

La capacità di osservazione è un elemento fondamentale per tutelare se stessi.

Del resto i buoni poliziotti, hanno sviluppato una capacità istintiva per capire con un’occhiata chi hanno di fronte.

Ovviamente non tutti hanno questa capacità, anche se molto può essere appreso con la semplice curiosità e attenzione ai particolari.

Di fatto, la persona mediamente attenta è perfettamente in grado di capire quando un incontro occasionale è a rischio oppure no.

Al di la delle parole dette o delle circostanze legate al luogo dell’incontro (per esempio un sottostazione), molte informazioni ci pervengono dal linguaggio del corpo, il quale tradisce le reali intenzioni in modo eloquente e difficilmente dissimulabile.

Il problema è che spesse volte questo “sesto senso” viene attivato troppo tardi, quando la persona a rischio è troppo vicina per tentare una ritirata strategica e ci si trova in trappola.

Il motivo è che troppo spesso, l’individuo medio non usa un livello di attenzione adeguato alle circostanze, o per mancanza di abitudine, o perché considera le circostanze (come il trovarsi in una strada buia, desolata, dove scivolano ombre inquietanti) non meritevoli di particolari attenzioni.

Riassumendo, la prevenzione si attua da una parte imparando a mettersi in relazione con gli altri (eviterete così di cadere vittime di provocazioni o di essere voi stessi i provocatori del vostro aggressore), dall’altra evitando di mettersi in quella condizione di svantaggio che viene sfruttata specialmente dai cosiddetti “abituali” per scegliere le loro vittime.

A questo riguardo, una capacità di osservazione e di valutazione ambientale sempre in funzione costituisce un presidio essenziale alla sicurezza personale.

Siate svegli, in pratica.

Esistono una moltitudine di esempi negativi al riguardo:

  • Ci sono persone che attraversano spensieratamente i parchi di notte, magari con lo Smartphone con Spotify che pompa nelle orecchie musica a tutto volume.
  • Ci sono signore che si avventurano sole solette in certi parcheggi deserti, sostando poi davanti alla macchina chiusa frugando nella borsa, in modo inconcludente, cercando le chiavi o fermandosi a rispondere a un messaggio fuori o dentro l’auto, ecc.
  • Ci sono le coppiette che, scartata l’opzione di fare sesso in piedi, si appartano in certe viuzze da film horror confidando nell’effimera protezione della loro auto.

La realtà è che il delinquente abituale, quello che agisce sistematicamente a fini di rapina, furto, o rapimento, di fatto osserva e seleziona le sue vittime basandosi su due criteri basilari:

  • sulla possibilità di ottenere ciò che vuole e
  • sulla possibilità di agire di sorpresa o col minimo rischio.

Il fattore sorpresa è talmente fondamentale che quasi tutti i corsi di autodifesa insistono molto sulla necessità di avere sempre un livello di guardia appropriato alle circostanze, magari avvalendosi di uno schema dei colori che ci aiuti a discernere il pericolo incombente.

Se volessimo riassumere il tutto con uno slogan potremmo utilizzare questa massima:

Un atteggiamento rilassato ma vigile traspare dal comportamento e dai gesti, rappresentando il primo presidio per la sicurezza personale

Ricordate sempre che la sorpresa è il primo alleato di un potenziale aggressore.

Questo personaggio cerca quasi sempre una vittima e non un combattimento.

Per questo analizzate e valutate sempre l’ambiente che vi circonda.

Fate capire a chi vi sta intorno che vi siete accorti di loro

La capacità di comunicare, osservare e valutare è sempre utile e non solo per strada.

Moltissimi delitti avvengono nella “rassicurante” cerchia familiare o comunque ad opera di persone conosciute, dalle quali non ci si aspettava un comportamento violento.

 

Ma è sempre vero?

La maggior parte delle violenze sulle donne avviene ad opera dei loro stessi mariti o ex mariti.

Se si ascoltano le storie di queste donne, emerge in primo luogo il fatto che dietro il singolo episodio drammatico, c’è una lunga storia di violenze psicologiche, minacce e vessazioni.

Davvero non c’era a aspettarsi un esito tragico da certe relazioni familiari?

Troppo spesso il tutto scaturisce da un perdurante clima di sopraffazione, tanto che l’aspetto più delicato ed inquietante sta proprio nel capire cosa spinge le persone, vittime e carnefici, a rimanere legate anche quando si sono persi i più elementari criteri di rispetto e di stima reciproca.

A volte si assiste a casi di donne che subiscono l’ineluttabile corso di un episodio di violenza domestica ad opera del marito dedito all’alcol, senza che apparentemente si riesca, si possa far nulla per fermare l’esplosione di violenza.

Anche in questi casi, uno stile comunicativo di tipo assertivo sarebbe d’aiuto ad entrambi allo scopo di riportare gli inevitabili conflitti nella logica del confronto costruttivo o, laddove questo non sia possibile, a stemperare la tensione quel tanto che basta ad evitare estreme conseguenze.

A volte la futura vittima non osserva il contesto e comunica con l’altro in modo inappropriato, con insistenze inutili o con recriminazioni capaci solo di innalzare la tensione, non accorgendosi del fatto che l’interlocutore sta diventando pericoloso come una bomba innescata.

E’ lo scenario di molte liti familiari o condominiali, laddove la conoscenza pregressa, la familiarità acquisita, sembrano mettere in secondo piano il fatto che rabbia, frustrazione o interessi rappresentano pur sempre un movente capace di offuscare la coscienza e, specialmente a tavola davanti a un bicchiere in più, di compromettere il già fragile l’autocontrollo.

Avere sempre una chiave di lettura della situazione

Prevenire significa saper “leggere” il contesto, la situazione, l’ambiente fisico, percependo il pericolo che può essere insito in loro.

Molte volte, chi ha subito un’aggressione racconta di come gli eventi sono precipitati in modo rapido ed imprevedibile.

In realtà, non è così: troppo spesso sono mancate delle chiavi di lettura in termini di attenzione al contesto e ai “messaggi” inviati dal futuro aggressore

Conoscere queste chiavi di lettura, può fare la differenza tra il riuscire a risolvere un momento critico in modo incruento, secondo una logica preventiva, oppure essere coinvolti in un episodio di violenza.

Ovviamente non tornerò sulla possibilità di “riconoscere” un potenziale criminale semplicemente dalla faccia che ha o dall’abbigliamento che indossa (anche se da questi elementi chiunque è in grado di raccogliere qualche elemento utile).

Semplicemente ribadisco il fatto che ogni generalizzazione è arbitraria e pericolosa: si può essere pugnalati dal classico energumeno di tutti gli stereotipi, con bomber, zuccotto e ricoperto di tatuaggi, oppure l’immigrato, come dal distinto signore di mezza età con completo firmato, per non parlare del proprio fidanzato / marito.

Non si può fare della criminologia da strada.

Le chiavi di lettura devono essere più semplici ed immediate.

Quando vi trovate qualcuno davanti (o alle spalle), che sappiate o meno chi è, non state a chiedervi troppe cose.

Non serve.

Valutate la sua propensione o meno a farvi del male in base a tre semplici criteri:

  • Capacità
  • Motivazione
  • Opportunità

La capacità del soggetto a nuocerci può dipendere da numerosi fattori:

  • ovvero le sua stazza fisica,
  • il fatto che disponga o meno di armi,
  • dal fatto che si trovi in gruppo o da solo,
  • dalla determinazione che dimostra,
  • dal fatto che conosca o meno delle tecniche di combattimento,
  • ecc.

Si tratta, è ovvio, di un criterio difficile da valutare, perché la stazza fisica minuta potrebbe non essere la garanzia di trovarci di fronte a un soggetto risoluto ed aggressivo.

Il possesso di armi potrebbe non essere evidente e la sua abilità nel combattimento, di solito, è una cosa che si scopre quando è già troppo tardi.

La motivazione ad aggredirci, può anche questa dipendere da tantissimi fattori, tra i quali il furto, la rapina, lo stupro, la rabbia, ma, a differenza della capacità del soggetto a farlo, questo è un elemento sul quale è possibile intervenire per lo meno cercando di evitare che tale motivazione aumenti.

A parte il caso degli aggressori intenzionali (i cosiddetti”abituali”) esiste una casistica quanto mai ampia di guai che sono provocati da circostanze fortuite.

E’ il classico caso dei due che si azzuffano per un parcheggio o per un gestaccio nel traffico: magari uno dei due aveva avuto una pessima giornata, aveva appena perso il lavoro o chissà cos’altro, ed ecco che una banale lite diventa la miccia che da fuoco alle polveri.

A volte la gente cova una rabbia repressa che non aspetta altro che di uscire allo scoperto.

Se ognuno di noi ricordasse il famoso detto del “non sai mai il tipo che hai di fronte” non ci si imbarcherebbe in discussioni inutili, capaci solo di inasprire gli animi e i portare a conclusioni imprevedibili.

L’opportunità che diamo agli altri di colpirci è l’ultimo ma forse il più importante ingrediente di questa miscela esplosiva.

Per quanto uno sia capace e determinato ad affrontarci, non ci colpirà se non avrà dalla sua alcune condizioni tattiche favorevoli, in termini di posizione di attacco e vie di fuga.

In altre parole, chi colpisce deve poterlo fare, e per questo ha bisogno di alcune cose, tra le quali:

  • un avversario disattento o impreparato
  • un avversario in condizioni di svantaggio fisico, tattico o ambientale

Queste chiavi di lettura della situazione possono essere impiegate in modo utile ogni volta che si fanno incontri con persone di cui non si conoscono le intenzioni.

Riassumendo, se vi trovate al cospetto di una situazione simile, fatevi subito tre semplici domande:

  • E’ capace? Ovvero è più robusto, determinato, non è da solo, è armato?
  • E’ motivato? Il suo stato d’animo è alterato, oppure potrebbe avere interessi di rapina/stupro, bullismo?
  • Ha un’opportunità per colpirmi? Sono impossibilitato a fuggire, le mie condizioni fisiche, o psicologiche sono di inferiorità, sono troppo vicino per organizzare una reazione o fuga, sono in un luogo isolato?

Se rispondete si a più di due domande vuol dire che siete nei guai e dovete fare qualcosa, e subito.

La prima cosa da fare è quella di concentrarsi sul secondo e sul terzo criterio (motivazione ed opportunità) sapendo che è possibile fare qualcosa per ridurre propensione e chance del nostro avversario a nuocerci, magari adottando qualche tecnica di de-escalation e dissuasione.

Stay Tuned!

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Written by Andrea

Istruttore e appassionato di arti marziali del Sud Est Asiatico e Fight Sport.

AM Praticate: Boxing, Kali, Muay Thai, Silat, Jeet Kune Do, BJJ, CSW, MMA, Self Defence, Fencing Knife, Stick Fighting.

Street Fight Mentality & Fight Sport!

State Of Love And Trust!

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